Attiviamoci sull’ Ascolto! Un processo esperienziale, un investimento!

Creare un’ atti-vità esperienziale sull’ ascolto attivo, a mio modo di vedere, è molto complesso e impegnativo. Come mai? Potreste chiedervi voi. Beh, perché è il mondo in cui mi sono immersa. Il counseling è ascolto attivo prima di tutto.

Perciò oltre alla mia formazione continua da counselor e facilitatrice  a mediazione artistica espressiva, a questo tema che poi sarà lo strumento martedì prossimo, in azienda, mi ci sono dedicata tutta l’ estate.

E allora che cosa è l’ ascolto? E l’ ascolto attivo?

Quanto veramente ascoltiamo?

Quanto veramente siamo centrati e presenti a noi stessi e all’ altro da noi?

Quanto ci ascoltiamo noi.

Quanto interrompiamo o veniamo interrotti?

Quanto spazio prendiamo togliendo all’ altro la possibilità di dire 2 parole?

Ascoltare non è sentire solo con le orecchie. E’ vedere, osservare, sentire le emozioni che il corpo prova. E’ empatia, congruenza e accettazione incondizionata, come diceva il buon Carl Rogers. E’ essere autentici (Armonia tra l’ interno e l’esterno). E’ osservare dove è il nostro locus of control (se verso l’ esterno o verso l’ interno), è responsabilità, essere abili a rispondere alle situazioni, agli eventi che la vita ci presenta.

Ascoltare in maniera attiva dunque è tutto questo. Ascoltare è avere fiducia in sé e nell’ altro.

A questo punto viene da dire che cosa sia la comunicazione? A me vien subito da rispondere osservando la parola, è mettere in comune un’ azione. E rivolgersi a se stessi o all’ altro da sé cercando di poter comunicare dando spazio e non prenderselo tutto. Cercando di osservare corpo, mente e anima oserei dire.

E noi che stile comunicativo abbiamo? Come comunichiamo con quali atteggiamento e comportamento? Qual è quello dominante? Passivo, Aggressivo, Assertivo? Che tono e che parole uso? Per quanto tempo riesco ad ascoltare? Riesco a consapevolizzare le emozioni che emergono mentre ascolto?

Tutte domande per permetterci di riflettere. Che servono a capire cosa succede anche e per esempio durante la gestione di un conflitto. Dico? O non dico? Sono diretto o svicolo? Riformulo ciò che ho compreso di quello che l’ altro voleva dire, esprimere? Che bisogno ho io? E lui, lei?

L’ ascolto attivo fa parte quindi della comunicazione efficace. Ed è efficace se osserviamo inoltre il verbale, il paraverbale e il non verbale. Le parole sono importanti certo ma non troppo. Il tono è fondamentale. Ancor di più i movimenti del corpo, i gesti, le espressioni facciali.

Perciò ogni tanto fermiamoci e chiediamoci, quanto veramente ascolto l’ altro? E quanto mi sono sentita ascoltata io? Sono stata capita e accolta con compassione ed empatia, o sono stata subdolamente con una comunicazione indiretta presa in giro con sarcasmo? Oppure ho percepito la fretta dell’ altro di concludere?

I fatti concreti di un osservazione fenomenologica quindi a questo punto sono essenziali. “Quando parlo alzi spesso gli occhi in su, cosa mi vuoi dire?” Portare la persona alla consapevolezza è un modo efficace per una comunicazione sufficientemente buona.

E’ fondamentale inoltre sapere dove siamo quando parliamo o ci relazioniamo all’ altro. Poiché oltre al contenuto, la relazione è fondamentale. Dove mi trovo, che “ruolo gioco”? (Stato dell’ Io), sono adulto, bambino (Libero, Adattato) o genitore (Affettivo, Normativo)? (Analisi Transazionale di Eric Berne) Mi sento vittima, carnefice o salvatore? (Triamgolo drammatico di Karpman). Che posto ho o voglio avere nel mondo?

La comunicazione è circolare: mittente, ricevente. Un assioma dei ricercatori di Palo Alto dice che non si può non comunicare e che ogni comportamento è comunicazione. Bisogna essere consapevoli quindi per creare relazioni efficaci.

La Comunicazione Non Violenta di mArshall Rosenberg in questo può aiutarci. Può aiutarci osservando una situazione in maniera oggettiva, ascoltando il nostro bisogno, le nostre emozioni e poi formulare una richiesta finale. Possiamo scegliere chi essere, uno sciacallo o una giraffa? (Il cuore della giraffa è molto grande).

Ascoltare è quindi accogliere, sospendendo il giudizio. E’ far sentire al sicuro. E’ essere aperti. Ascoltare è dare feedback, rimandi, proporre risonanze e confrontarsi.

L’ ascolto va curato. E se non possiamo ascoltare, diciamolo apertamente e gentilmente “ora non posso, non me la sento, facciamo un altro giorno”. Specificando quando.

Su questo oso dire che i clienti li ricevo quando sento che posso, che ho mente ed emozioni libere, per poter essere presente a loro. LA sessione altrimenti non andrebbe a buon fine.

L’ ascolto attivo come avete visto è vasto come tema. E’ un investimento. E’ un processo. Un investimento e un allenamento quotidiano. A volte possiamo perdere la pazienza. Già, siamo umani, l’ importante è esserne consapevoli e chiedere magari scusa a noi stessi e all’ altro. Poiché non è tanto l’ altro ma è cosa succede in noi in termini di emozioni e trigger (fattore scatenante, innesco). Voglio avere ragione o voglio essere felice?

Le domande poi sono fondamentali, dimostrano all’ altro che lo sto ascoltando non solo con un cenno di testa o con un suono vocale tipo: “mhmh”. Le domande aperte servono a spaziare, le domande chiuse a fare una sintesi di ciò che si è detto o compreso.

Insomma potrei continuare ancora e ancora… E tu cosa ti porti via da questo scritto? Hai risonanze altri suggerimenti? Mi fa piacere ascoltarti/ascoltarli.

Ricorda che: Goethe ha scritto: “Parlare è un bisogno, ascoltare è un’arte”. E che Epitteto diceva: “Dio ci ha dato una bocca e due orecchie per ascoltare il doppio e parlare la metà”. Che ne pensi?

Un abbraccio.

Sarah

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